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TRADUZIONE DAL LIBRO DI PAGLIALUNGA “ORTE PREROMANA ROMANA E MEDIO EVO (del 1963)
“Gaio Plinio al suo amico Gallo salute. Noi siamo soliti intraprendere viaggi, attraversare il mare, per conoscere tante cose, mentre trascuriamo quello che abbiamo sotto gli occhi: sia perché siamo naturalmente disposti a trascurare le cose vicine per andare dietro a quelle lontane: sia perché si affievolisce il desiderio di tutte le cose, che facilmente abbiamo occasione di vedere; sia perché spesso si differisce di vedere ciò che ci è dato di contemplare ogni volta che vogliamo. Comunque noi ignoriamo tante cose nella nostra città e nelle vicinanze di essa, non soltanto per non averle mai viste, ma anche per non averne inteso parlare. Che si trattasse dell’Acaia, dell’Egitto, Dell’Asia, di qualsiasi altra regione famosa per tante cose meravigliose, le avremmo ascoltate, lette e percorse. Certamente io stesso, or non è molto, ho inteso e veduto cose per l’innanzi non avevo né inteso né veduto. L’avo di mia moglie aveva voluto che io andassi a vedere i suoi poderi presso Amelia (praedia amerina). Mentre li percorrevo, mi si presentò allo sguardo il sottostante lago chiamato Vadimone, di cui si raccontano cose straordinarie. Giunsi presso di esso. Il lago è circoscritto a guisa di una ruota distesa orizzontalmente, ed è uguale da ogni parte: nessuna insenatura, nessuna obliquità, ma tutto misurato, uguagliato, e scavato e tagliato come da una mano di artefice. Il colore è più chiaro del turchino, e più cupo del verde: l’odore è di zolfo e il sapore medicinale. Ma emana un’energia per la quale gli organismi piagati vengono irrobustiti. Per quanto piccolo lo specchio d’acqua, tuttavia risente i venti, e si gonfia per le tempeste. Questo lago non è solcato da alcun naviglio (perché è sacro), ma vi galleggiano delle isolette erbose tutte ricoperte di canne e di giunchi; e quel che si trova in ogni altra più fertile palude, è prodotto nei contorni del lago. Come forma ognuna ha la sua figura; tutte hanno rasi i margini, perché urtando frequentemente contro le sponde o tra di loro, logorano e vengono logorate. Hanno tutte uguale altezza, uguale leggerezza: pescano nell’acqua con una base a forma di carena, quest’ultima è visibile da ogni parte e di conseguenza le isole paiono sommerse e sospese. Talvolta si uniscono e si stringono e diventano simili alla terraferma: talvolta sono portate qua e là dai venti contrari: qualche volta prive di quiete, galleggiano isolatamente. Spesso le più piccole si attaccano alle grandi come barchette o navi da trasporto; e spesso le più grandi e le più piccole si pongono quasi a fare una gara di corsa. E di nuovo tutte spinte ad uno stesso punto, dove si fermano fanno avanzare la terraferma, e danno al lago una forma e la ritolgono: e finalmente quando restano al centro restringono l’ampiezza del lago. Si sa che le pecore pascolando le erbe sono solite inoltrarsi in quelle isole, come se fossero l’estremità della sponda, e che non si accorgono del terreno mobile se non quando staccate dalla sponda, vengono portate via; ma una volta ingannate, si spaventano per le acque del lago che le circonda. E tosto che trasportate dal vento si trovano fuori dell’acqua, non si sono accorte né come vi siano entrate, né come vi siano uscite. Il lago sbocca in un fiume, che dopo essersi mostrato un poco alla vista, s’immerge sotto terra, e scorre altamente nascosto; e se prima di sottrarsi alla vista ha portato via qualche cosa, la conserva e la restituisce. Ho voluto scriverti di queste cose, poiché credo che non ti siano meno ignote, né meno gradite che a me. Poiché a te pure come a me, niente più diletta quanto le opere della natura. Sta bene”
PLINIO il GIOVANE – EPISTOLE Lib. VIII, cap.20 (testo curato da Wladimiro Marcoccio) |










